Articoli con tag editoriale

Editoriale: ragionamenti ed ipotesi sulla prossima versione di Android

jelly

Il Google I/O è ormai a poco più di due settimane di distanza, e con esso aumentano le speculazioni e gli indizi su ciò che vedremo; a differenza di quanto riportato pochi giorni fa, appare probabile la presentazione di una nuova versione di Android, che sembrerebbe essere una nuova interazione di Jelly Bean, nonchéAndroid 4.3. Oggi proverò a fornire la mia interpretazione degli indizi che Google ci ha regalato negli ultimi mesi, per tentare di capire quali saranno i reali cambiamenti della prossima evoluzione del robottino verde.

 

Quello che sappiamo

Come già detto, la prossima versione dovrebbe essere la 4.3, nome in codice Jelly Bean, ma nulla vieta sorprese al riguardo; se ciò fosse confermato, quel poco che possiamo ricavare da questa informazione è che esso non sarà un aggiornamento volto a stravolgere l’OS che ben conosciamo, ma a perfezionarlo e ad aggiungere qualche utile funzione, un po’ come accadde con l’avvento di Android 4.2.

Uno dei miglioramenti più attesi da molti, me incluso, è Google Babel, il servizio di messaggistica unificato che molti utenti desideravano e chiedevano da tempo: gli indizi in questo caso sono concreti, e nonostante Google possa presentarlo al di fuori dell’I/O tramite un semplice post sul suo blog (un po’ come è successo per il nuovo Google Play), più il tempo passa più aumentano le probabilità che esso sia svelato proprio durante l’evento di metà maggio. Probabilmente sarà reso disponibile non solo all’interno della nuova versione di Android, ma anche come aggiornamento di Google Talk (similmente a quanto accadde nel passaggio da Docs a Drive), in modo da ottenere velocemente una larga base d’utenza in breve tempo (o almeno questo è quello che la logica suggerirebbe); alcuni potrebbero obiettare dicendo che Talk non è presente su Google Play, ma non mi stupirei se fosse pubblicato giusto per l’occasione; in fondo tutte le Gapps sono ormai presenti sullo store di Big G, e difficilmente Babel, o come verrà chiamato, farà eccezione.

L’altra novità di cui abbiamo una prova concreta riguardante la sua esistenza è una sorta di Game Center per Android dotato di multiplayer, chat, trofei e classifiche; non siamo a conoscenza del nome del servizio scoperto all’interno dell’apk dell’app MyGlass, ma esso sembra essere quasi pronto. La buona notizia è che potrebbe essere reso disponibile retroattivamente per altre distribuzioni (presumibilmente per ICS e JB) tramite un aggiornamento di Google Play Services.

Il kernel dovrebbe rimanere il 3.4, nonostante Google stia sperimentando con la versione 3.8 e 3.9; come sottolineato da Jean Baptiste Queru, l’uomo a capo dell’AOSP, questi non sono LTS (ossia supportati a lungo termine), e per questo motivo difficilmente faranno parte della prossima versione di Android. Inoltre dovrebbe essere risolto un vecchio bug riguardante il Wi-Fi, promesso direttamente da Google nel lontano novembre 2012.

Infine, le risposte vocali su Google Search sono state silenziosamente introdotte di recente per poi essere rimosse; è evidente che ci siano lavori in corso e a questo punto non mi meraviglierei di vedere presto annunciata l’espansione di questo servizio in molte altre nazioni (sperando porti con sé anche molte tra le schede mancanti nel nostro paese).

Ragionamenti ed ipotesi

Veniamo ora alla parte più difficile: non ci sono certezze vere e proprie al riguardo delle idee che scriverò ora, ma credo che esse non siano altro che la logica continuazione del lavoro che Big G ha svolto nell’ultimo anno e mezzo: innanzitutto mi aspetto alcuni aggiornamenti alle applicazioni di Google, il che accadde anche poche ore dopo il Google I/O dello scorso anno. Partendo da Google Maps, la cui modalità di navigazione ha ancora un tema Gingerbread, a differenza della ben più elegante applicazione per iPhone; a seguire Google Play Music avrebbe bisogno di un restyling (e magari di altri miglioramenti), essendo più vicina,  graficamente parlando, ad Honeycomb piuttosto che a Jelly Bean, ma non mi stupirei se anche Gmail (anch’esso più moderno su iOs) subisse un radicale cambiamento di interfaccia.

2013-04-27 12.15.22

Una delle schede di Google Now

Da Android 4.1, lo stile holo ha iniziato a mutare lentamente, sotto il comando di Google che ricerca un’impronta grafica sempre più simile su tutte le piattaforme supportate, ossia web, Android e iOs; le schede di Google Now, introdotte con la prima forma di Jelly Bean, e successivamente sposate anche da Google+, Youtube, Currents, Keep e Google Play, sono sempre più utilizzate e sembra una scommessa facile puntare sul fatto che una grafica simile, forse non in concomitanza con questa nuova versione, ma sicuramente avverrà col tempo, sarà adottata prima per le altre applicazioni, poi per altre parti del sistema operativo.

La nuova procedura di configurazione di Google+

La nuova procedura di configurazione di Google+

Questa evoluzione del tanto amato holo privilegia il colore bianco con l’apporto di elementi semplici ma eleganti, e linee più morbide, con una maggiore presenza di colori luminosi rispetto al passato: l’esempio più significativo è l’app di Google Keep, essendo l’ultima delle applicazioni Android prodotta da Google, nella quale schede e colori si uniscono per fornire un’esperienza utente intuitiva e piacevole; Keep inoltre include un nuovo font, Roboto Slab, e non mi meraviglierei se esso fosse introdotto in altre parti del sistema operativo. Infine, non sarebbe una sorpresa se Keep fosse incluso nelle applicazioni preinstallate nella prossima versione del robottino verde al fine di sopperire alla mancanza, spesso rimproverata ai dispositivi Nexus, di non avere un’app dedicata alle note.

Dopo il cambiamento tanto radicale quanto necessario avvenuto nel passaggio tra Gingerbread e Ice Cream Sandwich, Google sta modificando nuovamente l’estetica di Android, ma stavolta il passo sarà più breve, anche perché non indispensabile, e soprattutto distribuito nel tempo: non esiste modo di sapere se ciò avverrà nella prossima versione, ma ci sono parti del nostro sistema operativo preferito che, a mio parere, prima o poi si adatteranno a questa nuova grafica. A riprova di ciò, ci sono molti nuovi elementi grafici che Google sta introducendo nelle proprie applicazioni: ad esempio la “i” cerchiata presente in ogni scheda di Google Now che apre un menù, il pulsante (in realtà non è esattamente un pulsante) “Mostra altri” all’interno del nuovo Google Play, le nuove schermate di configurazione di Google+ con tasti che sembrano quasi in rilievo, oppure ancora l’action bar semi-trasparente di Keep; col tempo immagino che questi nuovi elementi siano sempre più presenti non solo nelle applicazioni, in quanto coerenti con il nuovo stile di Google.

Android 4.2 ha portato alcune novità utili ma con un’implementazione decisamente migliorabile: i widget nella lockscreen hanno trovato la loro vera e propria utilità grazie a Dashclock, applicazione open source sviluppata un ingegnere di Google e che forse sarebbe bene implementare all’interno di Android come nuovo widget dell’orologio; i quick setting poi, una delle novità più richieste dai molti utenti Nexus, sono forse la parte più inconsistente del robottino verde: alcuni funzionano come normali toggle tramite un tap (come la modalità aereo), altri sono toggle attivabili tramite pressione prolungata (come Wi-Fi e Bluetooth) oppure link alle impostazioni con una pressione instantanea, mentre altri sono solo link (come batteria, impostazioni e segnale) e la luminosità ha un comportamento tutto suo; il solo tentare di scrivere il loro funzionamento è complicato e irritante. Alla fine dei conti, oltre a non essere configurabili, il loro comportamento appare decisamente confuso e facilmente migliorabile; la speranza è che entrambi vengano rivisti, ma di questo non possiamo avere certezza.

Infine, gli ultimi due appunti: anche le gesture potrebbero avere più spazio in questa nuova versione di Android, in quanto molto amate da Matias Duarte, responsabile dell’esperienza utente di Android, e sono state recentemente introdotte anche in Gmail nella versione 4.2; in secondo luogo, nel caso non l’aveste ancora fatto, vi consiglio di leggere le idee di Aaron Gascoigne in merito.

Questa è la mia personale interpretazione nonché riassunto di ciò che penso vedremo nella prossima versione del robottino verde, e, per concludere, dopo essermi complimentato con voi per essere arrivati fino alla fine di questo lungo editoriale, vi invito a condividere la vostra personale opinione nei commenti.

Editoriale: Hardcore Gamer e Casual Gamer esistono veramente?

d5d3db1765287eef77d7927cc956f50a3

Parliamoci chiaro, prima i videogiochi non erano visti di buon occhio dalla gente comune. Non che ora siano riconosciuti come una forma d’arte, ma dalla fine degli anni ottanta e poi per buona parte degli anni novanta, se nei tuoi hobby principali rientravano i videogiochi, di sicuro venivi visto come un individuo piuttosto singolare, praticamente uno “sfigato”. Il gamer era visto come una persona che, avendo difficoltà a socializzare e a stare con gli altri, si rifugiava nel suo mondo virtuale, fatto di sfide impegnative che lo mettessero alla prova.

Nel corso degli anni, sarà stato il nuovo approccio improntato al multiplayer, l’implementazione delle funzioni sociali, o ancora la riduzione della difficoltà (ne abbiamo parlato nello scorso editoriale), il concetto di videogame ha subito una sorta di trasformazione, di metamorfosi, separando con un colpo netto i gamer di tutto il mondo. Oramai i videogiochi spopolano ovunque, persino nei social network: è difficile non trovare un gioco adatto ad una persona, ai suoi interessi, alle sue priorità. Questa metamorfosi ha letteralmente terrorizzato i gamer più incalliti, coloro che amano definirsi “Hardcore Gamer”, poiché sembra che gli sviluppatori di videogiochi si stiano muovendo verso un’utenza più casual, un mercato studiato più per i “Casual Gamer”, che per gli hardcore. Quest’oggi vorrei parlarvi proprio di queste categorie di gamer che si sono venute a creare nel corso degli anni e, soprattutto, mostrarvi come il mero significato di queste tipologie di giocatori si sia modificato totalmente nel tempo (e al termine mi piacerebbe leggere anche la vostra opinione a riguardo).

 

365opu

Buzz spiega a Woody le varie categorie di videogiocatori.

Una decina di anni fa, la categoria degli Hardcore Gamer era considerata come quella piccola nicchia di gamer talmente capace da ottenere l’appellativo di “Pro”, ossia un giocatore pronto alle sfide competitive a livelli alti, a loro volta retribuite in denaro. La categoria dei Casual Gamer comprendeva invece tutto il resto dei giocatori, indipendentemente dal tempo dedicato al gioco. Al giorno d’oggi, la categoria dei “Pro Gamer” è riuscita a potenziarsi sempre più, grazie a servizi quali Twitch.tv dove poter mostrare a tutto il mondo in diretta streaming le proprie abilità. Per le categorie Hardcore e Casual, invece, la situazione è cambiata.

AVGNJamesRolfe

James Rolfe aka AVGN, il Nerd più conosciuto sul web.

Gli Hardcore Gamer di oggi sono i giocatori che dedicano parecchio tempo ai videogiochi, quelli che (spesso) gettano fango sulla maggior parte dei nuovi titoli, i nostalgici, quelli che sentono il mondo videoludico dentro di loro, i giocatori più incalliti. Mentre i Casual Gamer sono dei videogiocatori occasionali e che si dedicano a giochi perlopiù semplici e veloci, che giochicchiano sui social network e sul cellulare, quelli che giocano su console solamente ai titoli più commerciali. Certo, queste sono le “macro” categorie ma, a loro volta, vengono seguite da piccoli sottoinsiemi che delineano in maniera specifica gli interessi e le priorità dei vari gamer.

videogames

Uno dei famosi poster dedicati al mondo dei videogiochi.

Secondo voi, gentile utenza di Androidworld.it, è giusto “categorizzare” i gamer? È corretto identificare e in un certo senso “marchiare” un giocatore in base a ciò che piace? A mio avviso, affermo con un piacevole senso di libertà di non appartenere a nessuna delle categorie sopracitate e trovo inutile delineare un giocatore in base alle proprie preferenze. Questo non ha niente a che vedere con l’essere amanti di un determinato genere e non dell’altro, ma parlo esclusivamente della categorizzazione tra Hardcore Gamer e Casual Gamer. Tra l’altro, persino i Pro Gamer non sono più da considerarsi una categoria, anzi, è diventato un vero e proprio lavoro: essere un Pro Gamer vuol dire dedicare anima e corpo al gioco, facendo allenamenti giornalieri nei giochi più competitivi presenti sul mercato, anche se molti sono scettici a riguardo e vedono questo mondo del pro gaming ancora distante, ma questa è un’altra storia.

Concludendo, voi che tipo di gamer siete? Riuscite ad identificarvi in una categoria o semplicemente giocate a ciò che vi pare? Il mio consiglio è quello di lasciar perdere queste sorte di pregiudizi e di giocare ai videogame (e ai generi) che piacciono e, perché no, anche a quelli non proprio apprezzati: un’esperienza a 360° gradi potrebbe rivelarsi positiva, chissà, forse in seguito rivaluterete una tipologia di gioco che non è mai riuscita ad appassionarvi!

Editoriale: Mobile World Congress 2013, il riassunto

Mobile World Congress 2013Il Mobile World Congress, ovvero la più grande fiera al mondo che raccoglie tutto quello che riguarda le telecomunicazioni, si è appena conclusa ed è quindi possibile trarre le prime conclusioni. Per un altro anno di fila si ha l’impressione che la fiera abbia assunto sempre meno importanza per le aziende, dilatando maggiormente i tempi delle presentazioni ufficiali e lasciando alla fiera solo il compito di promozione.

I dati però non parlano di crisi. Le visite alla fiera sono sempre di più (circa 14.000 in più rispetto alle 60.000 del precedente anno), lo spazio espositivo è diverso (e più grande) rispetto al passato e il buzz mediatico a riguardo non sembra inferiore. Questo perché il MWC è comunque la migliore occasione possibile per raccogliere in un unico spazio tutti i produttori e le aziende più importanti, guardare cosa queste hanno da offrire e farsi un’idea di come sta andando il mercato. Un esempio palese è Samsung, che nonostante sia l’azienda che più delle altre ha scelto di snobbare la fiera dal punto di vista degli annunci, ha acquistato e allestito uno spazio espositivo più grande della concorrenza. Ma andiamo per ordine. Consigliamo prima di procedere con i nostri giudizi di leggere e visionare tutte le nostre anteprime realizzate in fiera. Trovate tutto nel post riassuntivo:

Tutte le nostre anteprime

Samsung

L’azienda vuole mostrare di essere in netta posizione dominante, acquistando uno spazio espositivo immenso e portando sotto le lenti dei giornalisti non solo i loro nuovi prodotti, la cui presentazione è stata relegata ad un semplice comunicato stampa, e sopratutto i nuovi servizi. E’ sui servizi che l’azienda ha puntato di più. Parliamo per esempio di Home Sync e Knox. I telefoni presentati hanno fallito nello stupire, dando quell’idea di troppa omogeneità e poca ispirazione. Si tratta comunque di prodotti che saranno sul mercato a breve e che andranno a coprire fasce di prezzo dove la concorrenza (ovvero LG e Sony) hanno fatto meglio. Dalla sua la famiglia Galaxy gode di un buon nome e una buona dose di servizi software ereditati dai prodotti top di gamma. Ultimo, ma non meno importante è Galaxy Note 8.0. Il prodotto è molto interessante, in quanto è tecnicamente molto “dotato”, ma (almeno in fiera) ha sofferto della poca promozione dovuta ad un assenza di un lancio ufficiale.

LG

LG è probabilmente l’azienda che più ha stupito e allo stesso tempo ha proposto un numero di servizi e accessori adeguato ad una presentazione come l’MWC. Anche qui nessuna conferenza stampa, ma solo una breve presentazione ad apertura fiera, ma comunque un’intenzione molto marcata nel voler spingere molto durante questa fiera. LG ha rinnovato la famiglia L-Style (che in Italia a buon ragione ha venduto bene), ha proposto il nuovo top di gamma Optimus G (ottimo prodotto, presentato forse un po’ troppo in ritardo) e tante altre novità di contorno. Solo LG ha proposto in una sola fiera tante novità, sia come numero di prodotti che di servizi. Parliamo dell’integrazione con le proprie TV, del controllo dell’intrattenimento casalingo, della pulizia domestica o anche della ricarica induttiva. Promossa quindi LG, con l’unico rimpianto di Optimus G Pro che non arriverà nel nostro paese. Almeno però sappiamo che LG può realizzare un prodotto simile.

HTC

Grande sorpresa (ma non a sorpresa, scusate il gioco di parole) è stata HTC, che in uno stand un po’ nascosto, ma non di piccole dimensioni ha presentato in grande stile il suo HTC One. Un solo prodotto, una grande attenzione su di lui. Questo è quello di cui ha bisogno HTC che ha sofferto molto la concorrenza negli ultimi anni. Il prodotto sembra promettere molto bene e anche le intenzioni promozionali dell’azienda stessa sembrano adeguate. Staremo a vedere se le promesse verranno mantenute.

Huawei

Huawei, dopo aver presentato D2 e Mate al CES di Las Vegas, propone il nuovoAscend P2 al pubblico. Il prodotto non è particolarmente innovativo, ma stupisce ancora una volta la grande attenzione che Huawei pone nei dettagli, dimostrando come voglia scrollarsi di dosso il nome dell’azienda che realizza prodotti economici. Anche la presentazione è stata in grande stile e lo spazio espositivo dal MWC enorme. Adesso dobbiamo solo capire come si muoverà nel nostro paese con questa nuova famiglia di prodotti.

Sony

L’azienda non è riuscita ad essere incisiva come ci aspettavamo, forse un po’ “sfiancata” dalla presentazione di Las Vegas. Xperia Z è un ottimo dispositivo che però aspetta il verdetto finale per quanto riguarda uno schermo che non convince.Xperia Tablet Z è invece un ottimo prodotto, ma leggermente oscurato dall’assenza di presentazioni ufficiali e di poca pressione mediatica al MWC.

ASUS

L’unica azienda che ha realizzato una presentazione in grande stile durante il Mobile World Congress è stata ASUS. Presentazione sfarzosa (anche se un po’ caotica la location) e prodotti di grande interesse. Nulla da eccepire su Padfone Infinity (a parte qualche giusta lamentela da chi ha appena acquistato uno dei modelli precedenti) e invece un Fonepad tutto da scoprire.

Acer

Acer sta tentando di risalire la cima, partendo fondamentalmente dal basso con prodotti come Liquid E1 e Z2 (allo stand come fascia media era ancora presenta ilCloud Mobile dell’anno scorso). La strada è lunga e forse l’azienda dovrebbe cercare di accelerare un po’ i tempi cercando di promuovere di più i suoi prodotti e di stringere accordi con gli operatori (cosa al momento impossibile, visto che i nuovi smartphone sono dual sim, ai quali le compagnie telefoniche sono allergiche). Interessante anche l’esperimento dello Smart Display.

Alcatel

Anche quest’anno Alcatel ha voluto promuovere in modo abbastanza convincente i suoi prodotti (tra l’altro rispettivamente il più sottile e il più leggero della fiera). Il dubbio che rimane è poi come riuscirà a proporli nel nostro mercato. I prezzi sono aggressivi e i prodotti abbastanza convincenti. Speriamo in una mossa a sorpresa.

NVIDIA

NVIDIA non aveva in realtà molto (almeno di nuovo) da mostrare allo stand. Shield era tenuta sotto chiave (noi abbiamo comunque realizzato una prima anteprima esclusiva) e Tegra 4i era presente su un telefono di riferimento non in esposizione. Noi lo abbiamo provato, ma è ancora troppo presto per esprimere qualsiasi giudizio, visto che non c’era modo di testarne l’effettiva potenza.

Qualcomm

L’azienda era presente con uno stand molto grande dove mostrava le sue svariate innovazioni (ricordate che Qualcomm non è solo processori) e tutti i dispositivi dei partner. Impressionante la funzione Dolby Digital di Snapdragon 800 e il sistema di interconnessione fra elettrodomestici, totalmente open source.

Mozilla

Presentazione in grande stile anche per Firefox OS, con grandi ospiti sul palco (tra cui Franco Bernabè di Telecom Italia) e una pressione convincente sul loro prodotto. Il sistema risulta in parte ancora acerbo ai nostri occhi, ma le premesse sono buone: ogni sito in HTML5 sarà un app di Firefox OS. Speriamo di vederlo presto anche nel nostro paese.

Yota

Inseriamo in questa lista anche l’azienda russa Yota, che ci ha colpito in modo molto positivo. Vi rimandiamo a riguardo alla nostra anteprima.

i’mWatch

Continua la pressione mediatica di i’mWatch, presente in modo molto prorompente anche al MWC 2013. Il dispositivo è ora aggiornato alla versione 2.1 del suo sistema operativo basato su Android e molte sono le migliorie a riguardo. Benché sia sicuramente un prodotto di nicchia, l’azienda dimostra di non voler lasciare a piedi chi ne ha già acquistato uno e anzi, di credere fermamente nel proprio progetto.

ZTE

Delusione abbastanza cocente è stata ZTE. Benché i suoi prodotti sulla carta fossero buoni, si scopre poi che le caratteristiche esposte sono false e sopratutto che i dispositivi allo stand sono in buona parte malfunzionanti. Aspettiamo di poterli provare per mano per avere una possibilità di rivalutarli.

La concorrenza

Assente dalla fiera (presente però in un evento parallelo la domenica prima dell’apertura) Blackberry. Windows Phone era presente di sfuggita allo stand Huawei e invece presente in modo molto massiccio all’enorme stand Nokia a cui facciamo i complimenti, ancora una volta, per la sua grande capacità comunicativa e di promozione. Molto meno pressante Apple rispetto agli anni passati. Benché infatti l’azienda non presenzi in prima persona al MWC, sono spesso le aziende di accessori e gadget a ricordarci di lei. Cosa che è successa in modo molto più marginale quest’anno.

Altro

Tante altre aziende hanno mostrato i muscoli al MWC e speriamo di poter parlare presto ancora di loro su queste pagine. Due esempi su tutti Canonical (con Ubuntu per smarpthone) e Jabra, con i suoi ottimi auricolari e cuffie.

La fiera

Le ultime parole vanno spese per la fiera, organizzata in modo impeccabile e perfettamente godibile in ogni suo aspetto. Dopo aver visto altre esposizioni simili a questa possiamo dire che ad oggi il MWC sia quella meglio organizzata e facciamo i complimenti anche alla città di Barcellona per la gestione. Difficile pensare che Milano (perdente con Barcellona nella gara per l’appalto) avrebbe potuto fare meglio.

Editoriale: FirefoxOS, androidi e panda rossi

firefox-phone

Di Firefox OS (nome in codice Boot to Gecko) non se ne parla ancora moltissimo, ma sul web sono iniziate ad apparire le prime informazioni, da qualche mese a questa parte: ZTE dovrebbe lanciare uno smartphone con il sistema operativo della Mozilla a breve, ma ancora sono molti gli scettici in giro che si domandano a chi e a che cosa possa servire un nuovo sistema operativo per device portatili.

Ieri 26 Gennaio a Roma si è tenuto il Firefox OS App day, un evento per sviluppatori e smanettoni al quale abbiamo avuto il piacere di partecipare: oltre a lodare il team italiano per la splendida organizzazione, adesso siamo qui a riportarvi le nostre impressioni su questo nuovo OS, in particolare confrontato con Android. Il faccia a faccia con il nostro sistema operativo preferito risulta quasi d’obbligo, ed è stato più volte materia di discussione durante i talk: entrambi hanno un cuore Linux che pulsa sotto l’interfaccia grafica e tutti e due fanno dell’open source un loro punto di forza.

Fatte queste doverose premesse, iniziamo ad introdurvi al mondo del Panda rosso (qualora qualcuno non lo sapesse ancora: sì, Firefox è il nome inglese di questo animale) e al suo ecosistema.

IMG_20130126_120244

Web app

FFOS - home

Tutto, su Firefox OS è web app. O meglio, per farla più semplice, tutto è basato sui linguaggi che dominano il web: HTML5CSS3 e Javascript. Inutile sottolineare cosa comporti questo, ma lo facciamo comunque per chiarire le idee: non utilizzare un linguaggio di programmazione nativo ma basarsi sugli standard web implica che chiunque abbia mai sbattuto un po’ la testa contro un sito internet può facilmente scrivere software che girerà su Firefox OS. Anche se i developer Android sono nell’ordine delle (centinaia di) migliaia, il numero è comunque infimo se confrontato con i milioni di persone in grado di gestire una pagina internet.

Dicevamo, dunque, che tutto è webapp: anche le applicazioni di sistema, come il dialer o il programma per inviare SMS, sono basate su HTML e da qui si deduce facilmente che – ovviamente – non bisogna essere connessi ad Internet per utilizzare gli applicativi: Firefox OS è immaginabile come un “grande browser”, che utilizzando un kernel Linux e le API Mozilla, tramite delle “pagine web” è capace di interagire con l’hardware.

Parlando di connessione, però, introduciamo anche una nuova divisione, che vede scontrarsi le applicazioni hosted e le packaged: la differenza è chiara e netta, poiché le prime non risiedono fisicamente sul dispositivo e possono essere lanciate solo tramite web, mentre le seconde, impacchettate in uno zip, si trovano effettivamente nella memoria del dispositivo ed utilizzano un sistema di appcache per mantenere i dati in locale (impostazioni salvate, progressi nei giochi e quant’altro). L’altra grande differenza che separa le due consiste in una minore quantità di privilegi per le app hosted, che non possono eseguire operazioni che andrebbero a minare la sicurezza dell’utente (leggere le informazioni del telefono, inviare SMS…): tuttavia, questo non è limitante come si potrebbe pensare, poiché grazie all’introduzione delle WebActivity, con una logica simile agli Intent di Android (per chi se ne intende di programmazione), un’app, dopo aver avuto la conferma dell’utente, può comunicare con un altro softwareinstallato, chiedendo di compiere un’azione: che sia prelevare una foto dalla galleria, effettuare una chiamata o quant’altro.

API

Per quanto riguarda le API rilasciate, si dividono in due tipi: quelle utilizzabili da tutte le applicazioni e quelle che comporteranno la certificazione dell’app da parte di Mozilla: i software che richiederanno l’accesso a contenuti che potrebbero “minacciare” la sicurezza dell’utente (chiamate, messaggi, modifica impostazioni) dovranno essere validati da parte di un team che, semplicemente, controllerà la bontà del codice per verificare che non ci siano intenti malevoli. Come è stato assicurato, comunque, la certificazione non sarà un processo lungo e “insormontabile”, ma più una prassi di rito per evitare di far circolare applicazioni potenzialmente pericolose.

D’altronde, una sicurezza maggiore viene offerta anche all’utente che non solo può leggere tutti i privilegi che l’applicazione richiede, ma può anche selettivamente disabilitare quelli che non lo convincono o che vengono utilizzati per funzioni che non lo interessano. Gli sviluppatori, dal canto loro, saranno invidiati dai developer Android perché possono dettagliatamente spiegare per quale motivo richiedono tale privilegio, cosa che attualmente chi crea software per il robottino verde è costretto a fare nella descrizione sul Play Store.

FFOS - multitasking

Prima di chiudere con le API, ne riportiamo due che ci hanno colpito in particolare: la Idle API (che richiede la certificazione) conseseguire alcune operazioni, generalmente quelle lunghe, pesanti e noiose quando il telefono è in Idle, ossia non utilizzato; rilevando quando l’utente ha smesso di usare il suo dispositivo, l’applicazione provvederà ad eseguire quello specifico processo che così non influenzerà sulla reattività dello smartphone.

La seconda è la Open Webapp API, che si occupa di installare e gestire le app installate: introduciamo qui un’altra novità, ossia che ci saranno software sul MarketPlace ufficiale, ma gli applicativi non dovranno essere installati necessariamente da lì. Qualsiasi sito, insomma, potrà fungere da repository per le proprie applicazioni (sì, anche più di una) e, quando navigato, rilevare  tramite la suddeta API se l’user ha già tale app installata o, in alternativa, proporgli di aggiungerla.

Non si ha accesso, tuttavia, a tutti software presenti sullo smartphone, ma (eventualmente) solo a quelli che provengono dal sito che sta utilizzando l’API. Semplificando, non è da escludere che se navigherete il nostro sito tra qualche anno da Firefox OS possa comparirvi un popup che vi chieda se volete installare AndroidWorld: una volta accettato, ve la ritroverete direttamente in home senza passare da nessun MarketPlace.

Open Source per forza

FFOS - sbloccoAnche Android è Open Source, ma le critiche al sistema operativo di Google sono tante e lo sappiamo bene: prima di tutto, non l’intero OS èlibero (le Google App sono infatti codice chiuso), i software presenti sul Play Store non devono necessariamente rendere il sorgente pubblico e, soprattutto, il codice delle versioni di Android viene pubblicato solo dopo il rilascio.

Per Firefox OS non è così: HTML e Javascript sonoopen per forza, nel senso che per loro natura il codice è visibile ed inoltre Mozilla punterà moltissimo sul cosiddetto Open engineering: i sorgenti dell’intero sistema operativo saranno sempre disponibili durante lo sviluppo e tutti gli utenti potranno contribuire. Un po’ come avviene adesso con Linux, l’unione farà la forza.

Conclusioni

Nella giornata di ieri, lo ammettiamo, c’è stato parecchio da divertirsi, anche grazie al clima amichevole e alle presentazioni molto chiare ma se ci chiedessero se abbandoneremmo Android per Firefox OS, però,  risponderemmo ancora di no.

Le pecche di questo sistema operativo sono quelle che caratterizzano qualsiasinovellino nel campo degli smartphone:  mancano ancora molte funzionalità e tantissime API interessanti sono ancora in fase di sviluppo. Il device presente ieri per i test (che ci è stato assicurato è diverso dal definitivo smartphone per sviluppatori) presentava parecchie incertezze, nonostante l’accattivante interfaccia grafica e l’eccitante consapevolezza che quello che mi girava per le mani erano, fondamentalmente, delle pagine HTML.

D’altra parte, come è stato più volte sottolineato, Firefox OS può potenzialmenteuccidere qualsiasi tipo di frammentazione:  realizzando un’app, questa sarà automaticamente utilizzabile su smartphone, tablet, pc desktop, laptop, tv e qualsiasi cosa che abbia su un browser web: l’unica accortezza da prendere sarà realizzare un CSS adattivo che consenta la corretta visualizzazione per le varie risoluzioni.

Se volete provare Firefox OS, potete utilizzare il simulatore (utilizzato per mostrare gli screenshot in alto) che si installa come un componente aggiuntivo di Firefox: notate che non stiamo parlando di un emulatore, poiché non c’è niente da emulare: si tratta effettivamente del reale sistema operativo compilato per funzionare su PC. La versione attualmente scaricabile (la 1.0) presenta ancora un bel po’ di bachi di giovinezza che non abbiamo riscontrato nella beta della 2.0 che ci è stata fornita ieri. Non temete, quindi, se incontrerete qualche problemuccio.

Se avete avuto il coraggio e la forza di riuscire a leggere tutto quanto scritto finora, vi invitiamo nuovamente a provare il simulatore e, comunque, farci nei commenti cosa ve ne sembra di questo nuovo, interessante, Firefox OS.

Prova Firefox OS - Si chiama Pietro...

  • Categorie

  • Pubblicità

  • Top Categorie

    • Selezione categoria
Torna all'inizio