Nel corso delle ultime ore sono circolate notizie “allarmanti” riguardanti il futuro delle trasmissioni televisive in Italia. Tutto nasce dalla normativa che regola il passaggio della banda dei 700MHz (quella compresa tra 694MHz e 790MHz) alla connettività mobile (con particolare riferimento al 5G). Il termine fissato in precedenza nel Rapporto Lamy prevedeva una scadenza nel 2020 con due anni di tolleranza (quindi fino al 2022). L’ultima proposta offre però tempi più stretti, con lo scopo di liberare la banda dei 700MHz in concomitanza con l’arrivo dei primi servizi commerciali 5G. La Commissione Europea ha proposto che tutti gli Stati membri attuino la liberazione delle frequenze entro il 30 Giugno 2020, senza ulteriori deroghe.

Per rispettare questo termine, entro il 30 giugno 2017 gli Stati membri dovranno adottare e rendere pubblico un piano nazionale finalizzato ad assicurare la copertura della rete e a liberare la banda dei 700 MHz. Entro la fine del 2017 dovranno inoltre concludere accordi di coordinamento transfrontaliero. E’ proprio questo punto a richiedere un coordinamento transnazionale: se Stati confinanti attuassero il passaggio in tempi differenti, le zone di confine si troverebbero soggette ad inevitabili interferenze.

Vediamo ora quali sono le criticità per il sistema televisivo.

Le trasmissioni TV in Italia e le problematiche legate ai 700MHz

Attualmente le frequenze interessate dal passaggio al mobile vengono utilizzate per trasmettere segnali televisivi sul digitale terrestre. Liberare le frequenze interessate comporterebbe una diminuzione dei multiplex: attualmente sono 19 quelli con copertura nazionale. Nella migliore delle ipotesi ne resterebbero 14. Le emittenti coinvolte dovrebbero quindi cercare altri mezzi per trasmettere, ma qui si innesta una seconda criticità. Vi sono concessioni già rinnovate fino al 2032: questo significa che i possessori dei suddetti diritti andrebbero indennizzati se impossibilitati a trasmettere.

La proposta delle Commissioni

Le Commissioni Telecomunicazioni di Senato e Camera hanno già espresso alcuni pareri in merito alla vicenda. Alcuni soggetti politici e almeno una parte dei emittenti spingono per l’adozione del DVB-T2, la versione tecnologicamente più avanzata che permette di risparmiare banda, aumentando il numero di canali senza la necessità di incrementare le frequenze disponibili. Il passaggio al DVB-T2 dovrebbe essere abbinato al cambiamento del codec: HEVC subentrerebbe agli standard attualmente in uso, in modo da rendere ancora più efficienti le trasmissioni.

Cosa succederà?

E’ su questi punti che quanto riportato da alcune fonti diviene più confuso. Anzitutto la linea principale dell’Italia sembra per ora orientata a guadagnare tempo. Si cercherà di ottenere uno spostamento al 2022, come originariamente previsto dal Rapporto Lamy. E’ però evidente che il tempo eventualmente ottenuto non sposterà significativamente il problema. Sicuramente un eventuale passaggio al DVB-T2 non sarà affatto “indolore”. Se si dovesse optare per il DVB-T2 con HEVC si dovrebbe prevedere una massiccia sostituzione di TV e decoder: la base installata di prodotti già rispondenti a questi requisiti è sicuramente esigua al momento. Peserebbe anche l’aver rinviato il provvedimento che obbliga a vendere solo TV dotati di decoder DVB-T2 con HEVC: la normativa entrerà in vigore il primo Gennaio 2017. La maggior parte delle famiglie dovrebbe quindi adeguare uno o più TV, pena il non poter più ricevere le trasmissioni televisive. Per dare un’idea di quanto massiccia sarebbe la sostituzione dei prodotti, basti pensare che si sta già considerando la problematica relativa allo smaltimento dei rifiuti elettronici che ne conseguirebbe. Secondo alcuni addetti ai lavori l’attuale sistema non sarebbe in grado di fare fronte ad una tale eventualità.

Vi sono poi altre problematiche più concrete: il passaggio al DVB-T2 avverrebbe con un nuovo switch-off a causa dell’impossibilità di trasmettere simultaneamente in DVB-T e in DVB-T2. Il precedente switch-off aveva previsto un iniziale affiancamento dell’analogico e del digitale terrestre, in modo da consentire un passaggio graduale. Lo switch-off per il DVB-T2 sarebbe invece istantaneo: si dovrebbe spegnere il DVB-T e passare immediatamente al DVB-T2. Questo significa che qualsiasi problematica od imprevisto (interventi all’impianto di ricezione, coni d’ombra eccetera) si tradurrebbe nell’impossibilità di ricevere le trasmissioni televisive. Sarebbe quindi un possibile “salto nel buio”.

Al momento sono però molti i pareri contrari ad un nuovo switch-off e non è del resto un mistero che molti tecnici ritengano impensabile un nuovo passaggio come quello tra l’analogico e il digitale terrestre. Per trovare alternative basterebbe guardare oltre i confini nazionali. La Francia ha appena completato il passaggio al DVB-T con MPEG-4 (con in conseguente abbandono di MPEG-2). La soluzione è sicuramente meno raffinata rispetto al DVB-T2 con HEVC (anche se cui codec si potrebbe discutere: a bassi bitrate l’efficienza delle due soluzioni tende ad essere molto più simile), ma implica anche una quantità di interventi molto più ridotta. I sintonizzatori DVB-T con MPEG4 sono infatti presenti su prodotti in vendita da diversi anni. Si potrebbe quindi liberare banda e attuare una soluzione “ponte”, in modo da poter valutare con più calma le evoluzioni future. Non va poi dimenticato il satellite, che sembra essere ormai la soluzione di maggior qualità per molti operatori: su Tivusat sono infatti presenti più canali in HD ed altri ne arriveranno nel prossimo futuro, insieme alle prime trasmissioni a risoluzione Ultra HD (per gli Europei 2016).

Auspichiamo quindi che le decisioni sul futuro delle trasmissioni vengano ponderate con prudenza: la situazione italiana è sicuramente più critica di altre (per varie ragioni) e commettere un errore di valutazione potrebbe complicarla ulteriormente (andrà anche considerato l’avvento dell’Ultra HD, un argomento difficile in Italia, dove le trasmissioni SD sono ancora molto diffuse).